Vorrei che fossimo farfalle
e vivessimo appena tre giorni d'estate.
Tre giorni così con te li colmerei di tali delizie
che cinquant'anni di vita comune
non basterebbero a contenerle tutte.
John Keats
I muri vanno giù, uno dopo l'altro. Le resistenze colano lente dagli occhi. Barriere si staccano, toccano il suolo, lasciano respirare la pelle.
E respiriamo, io e te, fronte contro fronte perché siamo testardi e orgogliosi, anche se non conosco sollievo maggiore che piangere tra le tue braccia, mentre mi carezzi i capelli.
Siamo rimasti bambini, ecco spiegata l'ostinazione e la rabbia se le cose non vanno come vorremmo. Siamo bambini selvatici e a volte tiriamo fuori le unghie se qualcosa ci spaventa, ma abbiamo solo bisogno che l'altro ci tocchi le mani, ci tenga stretti, ci sussurri che andrà tutto bene, non c'è niente ad attenderci nel buio.
Siamo piccoli e ci meravigliamo che si possa provare tutto questo dolore a distanza, che si possa palpitare all'unisono con quella terra in mezzo che ci divide. E ritrovarsi come se fosse sempre la prima volta.
Siamo una famiglia e nessuno ci aveva detto come funziona, quanta gioia e paura servono a fare uno di due.
Le membrane stanno cadendo, una dopo l'altra. Non resta niente a dividerci e non siamo mai stati così nudi, così scorticati e fragili. Così leggeri.
Ti porterò al mare e cucinerò per te tutti i piatti di pesce che non esistono. Guardaremo svanire sulla superficie dell'acqua tutto quello che ci siamo lasciati indietro quest'anno - con l'alba aspetteremo insieme tutto quello che deve ancora arrivare.
I tre giorni si sono moltiplicati, come riso sulla scacchiera e adesso non se ne vede la fine.