martedì 30 ottobre 2007

IL CIELO COLLASSA




Quando l’aria gira più veloce
Scaglie di vita feriscono i sensi


Quando il cielo sembra collassare


Le certezze sono solo una zavorra


 


Quando le strade diventano fili di nebbia


Bisogna imparare a respirare


 


Quando il destino gioca a carte da solo


Bara
Ma non vince mai


domenica 28 ottobre 2007

NOSTALGIA



Anche nei momenti in cui sei felice, anche quando lavori, ami, respiri fino all'ultimo istante di vita, in fondo all'anima c'è una goccia di te che ancora non ha capito bene dove ti trovi, che vorrebbe solo voltarsi indietro e chiederti: ehi, non ti ricordi?


E allora, anche se la giostra della vita gira più forte che mai, bisogna saper trovare la forza di scendere un attimo, guardarsi allo specchio e dirsi: sono ancora io, dopotutto.

venerdì 26 ottobre 2007

LA FESTA DELLA CREATIVITA'

 



 


FIRENZE - FORTEZZA DA BASSO


Per chi ama l'arte, per chi ha fantasia, per chi vuol divertirsi senza spendere 1 euro


 


VENITE AL FESTIVAL DELLA CREATIVITA'


STASERA AFTERHOURS e STEFANO BOLLANI!


PER CHI NON E' A FIRENZE: SEGUI LA DIRETTA

martedì 23 ottobre 2007

RIESUMAZIONE CLANDESTINA

Se ho limitato l'incoerenza dell'esistenza
chiedo perdono.

Era solo il volo
della mia immaginazione,
era solo il ritorno strascicato
dei miei passi sul selciato.

Se ho ristretto la mia coscienza
ne farò ammenda
al dio delle cose sotterranee
e striscierò

Punirò l'insolenza
senza clemenza,
disseppellirò
la vita che pulsa.

domenica 21 ottobre 2007

DUE ANIME (ATTO 3)


Sulla scia dei ricordi riaprii gli occhi.


Michel mi fissava con lo stesso sguardo di vent’anni prima, ma ora potevo leggere in lui: era fame primordiale, desiderio puro.


Strinsi le mani e mi accesi tranquilla un’altra sigaretta.


“Ora ricordo ma non capisco cosa vuoi ancora da me.”


Deluso Michel assottigliò le parole. “Tuo padre non vinse quel giorno, ritardò solo l’inevitabile. Sei una di noi Zoe, devi prendere il posto che ti è destinato.”


“E chi saresti tu per decidere il mio destino? Chi è che ti manda? Scommetto che il tuo superiore ti concerà per le feste se tornerai anche stavolta a mani vuote. Sai, mi fai pena. La mia vita sarà ordinaria e banale, ma almeno ho l’illusione di essere libera di farne ciò che voglio.”


“Sei una ragazzina sciocca! Non ti rendi conto che stai voltando le spalle a una vita di gloria e potere? Non ti rendi conto che la tua insoddisfazione deriva dal non aver realizzato le tue potenzialità?”


Risi io, stavolta.
“Guarda che io sarei insoddisfatta in entrambi in mondi. E poi che ne sai delle mie potenzialità?”


Il suo sguardo si smarrì e indugiò sulla mia fronte. Niente da vedere ovviamente, il taglio di capelli che portavo dall’infanzia la nascondeva completamente.


Il fischio del treno ruppe la bolla temporale e il sorriso di Michel si incrinò.


Vedevo la vena sulla sua guancia pulsare senza controllo.


“Cosa nascondi Zoe?”


Risi e sentii che anche i miei denti si appuntivano.


Quei ricordi li avevo cercati per tutta la vita e all’improvviso mi erano stati offerti così, gratuitamente.
Forse adesso le mie due anime si sarebbero fuse e finalmente avrei potuto costruire una vita completa.


E nella mia nuova esistenza non c’era posto per maestri, superiori o sette di alcun genere.


Mi alzai e raccolsi la borsa.
“Non penserai di andartene così?” Esclamò Michel esterrefatto.


Mi voltai e la collera dei miei occhi lo investì.Un fuoco che bruciava senza scaldare e che ora stava divorando la sua carne.


Michel gridò di dolore e allungò le mani verso il mio viso. Sentii la sua essenza assediarmi l’anima, un vortice di gelo che cercava di congelarmi il cuore.


Basta giocare, era il momento di fare sul serio.


Unii i palmi e un’onda nera investì quel predatore da quattro soldi,  mentre il fuoco della mia ira lo inceneriva, finché sulla panchina rimasero solo un mucchio di vecchi stracci.
Con un calcio li tirai sul binario e il treno, finalmente, li stritolò.


Zoe e Caterina sorrisero sulle mie labbra e ci incamminammo verso casa.


In fondo la vendetta era ciò che meglio univa le mie due anime. 



(THE END)

sabato 20 ottobre 2007

ILLUSIONI


Niente di più d'un battito d'ali
tra noi - lieve

[candore di lampi
le mie mani sulle tue spalle]


Tu, io, niente di reale
persone che non siamo

[colori, suoni sulla pelle
illusioni
vapori sulle acque dell'essere]

P
rofondi laghi ghiacciati
i miei occhi si chiudono alla luce
nella terra che non è più mia
ma forse lo è stata
un tempo

giovedì 18 ottobre 2007

NOSTALGIA


Ci sono dei momenti in cui avresti solo voglia di respirare l'aria a pieni polmoni, il sapore dei luoghi in cui sei cresciuta e dove hai seminato un pezzo di anima.


Dedicato a tutti i malati di nostalgia. Come me.

lunedì 15 ottobre 2007

DUE ANIME (ATTO 2)


Un brivido mi scosse e decisi che ne avevo avute abbastanza di stranezze per quella sera. 


“Senti sarò sincera, non so chi sei ma cominci ad inquietarmi. E poi questa panchina mi ha stufato e anche il ritardo del treno, chiamerò un taxi.”


 “Caterina…che nome inadatto poi!  Vai pure se ci riesci, io ti aspetto qui.”


Mi voltai esasperata e attraverso la foschia mi diressi verso il sottopassaggio.
Volevo solo andare a casa, farmi una doccia calda e dimenticare le sue parole.


Ma all’improvviso mi resi conto che non riuscivo ad andare avanti, cozzavo contro un muro invisibile di nebbia.
Intorno a me non c’era nient’altro che buio e quell’unico lampione morente sopra la panchina.


Intorno a me solo il suo sorriso aguzzo e i suoi occhi inconsistenti.
Il sudore mi colava tra le scapole, sotto il maglione, mi imperlava la fronte.


Sospirai e mi girai verso Michel inferocita.
“Lasciami subito andare via! Ma si può sapere cosa vuoi da me?”


Le mie urla non lo scomposero affatto. “Calmati e ragiona. Perché non ti chiedi piuttosto chi sei tu?”


Scoppiai a ridere. “Caterina Zoe Puccini!” Esclamai. “E me ne vorrei andare.”


“Sei in una bolla temporale, non puoi uscirne, a meno che tu non lo desideri davvero.”


Sobbalzai. Magia, allora.


A quella avevo sempre creduto di nascosto, dilettandomi con vecchi manuali, finchè mio padre non mi aveva picchiata fino alle lacrime, facendomi allontanare da ogni forma di paranormale.


Mi avvicinai e mi risedetti, risoluta ad andare fino in fondo a quella storia.


“Cosa sei? Uno stregone da quattro soldi? E quando ti ho già incontrato? Mio padre non mi ha fatto mai frequentare gli ambienti dell’occultismo.”


“Lo so bene.” Sorrise. “Eravamo noi che volevamo frequentare te.”


“Io? E perché mai?”


Si addolcì di fronte alla mia arrendevole simpatia per l’argomento.


“E’ il 1984 e nella chiesa del S.S. Spirito un anziano prete pratica esorcismi. Si fa avanti un uomo con una bimba in braccio: sei tu Zoe, hai solo due anni e non sei mai stata battezzata. Strane voci girano sul tuo conto e sono stato inviato per accertarmene… ricordi ora?”


Lampi improvvisi accecarono la mia anima confusa.


Urla e sangue, i vetri si infrangono, la mente pulsa al ritmo di un terremoto anomalo.


Scattai in piedi livida ma la mano di Michel mi ritirò a sedere.


“La tua mente è confusa ora, ma io non sono tuo nemico Zoe, vengo per narrarti una verità che troppo a lungo ti è stata celata.”


“Parlami di quel giorno.”


Lo supplicai con occhi febbricitanti e i suoi denti aguzzi scintillarono.


Un predatore di anime era Michel. Non c’era bisogno che me lo raccontasse, di questo ero certa.


Ma ero anche curiosa di conoscere di più, di scavare nel sottobosco dei ricordi.


“Il prete tentò di benedirti mentre i tuoi occhi emanavano luce e l’aura nera intorno a te sembrava inghiottire tutto, poi all’improvviso le vetrate esplosero e la chiesa cominciò ad ondeggiare con le tue grida. Esultavo mentre sulla tua fronte luccicava il marchio del Potere.”


Mi sfiorò la guancia e nuovamente bruciò sulla mia pelle il prurito che preannunciava le mie crisi di collera. Ma stavolta era eccitazione pura.


“L’altare si spezzò e tutti fuggirono. Ripresi le mie sembianze e mi avvicinai per prenderti e portarti tra noi.”


Michel si fermò ma ormai i ricordi si erano risvegliati e ogni singola sillaba del loro colloquio scorreva liquida nella mia mente.


“Vengo per prendere ciò che mi appartiene.”


E’ un giovane alto, moro, con occhi di ghiaccio, mio padre mi stringe a sé e il prete si frappone tra i due.


“Questa creatura appartiene a Dio!”


La risata di Michel spazza via il povero prete che finisce appeso alla croce, col suo Gesù.


Ma le braccia di mio padre non mollano la presa. “Non avrai mai mia figlia!“


“Levati dai piedi, stupido. Il sangue non conta niente, sulla sua fronte c’è il marchio dei Potenti ed io la chiamo a noi.”


Michel chiude gli occhi e sento il suo sguardo interno trafiggermi i sensi.


E così mi scindo: la testa mi scoppia, vorrei seguire il giovane ma le lacrime di mio padre bagnano i miei capelli e mi richiamano a lui.


Michel apre gli occhi e l’aria si fa calda, insopportabilmente calda.


Con uno sforzo estremo mio padre corre, corre lungo le alte navate, inseguito dal calore che divora la mia mente di bimba.


Corre disperato fino all’acquasantiera e mi immerge completamente.


L’acqua riempie la mia bocca, mi annebbia lo sguardo. L’oblio mi risucchia morente mentre il grido sovraumano di mio padre infrange il calore e penetra il mio coma.


“Io ti battezzo Caterina  nel nome del Padre, del Figlio e delle Spirito Santo!”

giovedì 11 ottobre 2007

Una ragazza da 10 e lode (ATTO 3)


IL PIANO



La stanza era piena di fumo di sigarette e puzzava di birra a buon mercato.
Sofia si guardò le mani e all’improvviso le sembrò di essere finita in un film, magari di Tarantino.
Solo che lei non aveva una bellezza altera e assassina e il Lupo, per quanto fosse quello che meglio reggeva il confronto, non possedeva una crudeltà innata e non era per niente loquace. Lorenzo, poi, sembrava già morto ancor prima di cominciare sul serio, tanto che Sofia si chiese per quale dannato motivo il Lupo se lo fosse trascinato dietro.


Ma tanto era inutile domandarselo, non le avrebbe mai dato spiegazioni, forse non ne aveva neppure per se stesso.


“Allora ragazzi è tutto chiaro?” concluse alla fine il Lupo, accendendosi l’ennesima cicca.


“Cristallino” scherzò Sofia “tu e Lore entrate, io faccio da palo e vi aspetto con la macchina accesa proprio sul retro della banca. Il guardiano non viene quasi mai, solo un giorno o due alla settimana e in ogni caso mai prima delle 11, quindi entreremo in azione alle 9”.


“Bene. Il problema vero resta la gente che potremmo trovare dentro la banca” osservò Lorenzo e il Lupo spense la sigaretta con cattiveria.


“E’ una variabile che non possiamo eliminare, quindi sta solo a noi non fare casini lì dentro, mi capisci?”


Lorenzo annuì, quasi sbiancato e per un attimo Sofia si trovò a pensare che forse era meglio che entrasse lei con il Lupo nella banca, lasciando Lorenzo fuori. Poi si immaginò con una pistola in mano e scosse la testa. 
D'altro canto mica era impazzita del tutto, se li avessero beccati la pena sarebbe stata maggiore con un’arma in mano.
Era meglio tenere un profilo il più basso possibile.


“Scusami Sandro ma poi dove scapperemo? Non mi sembra che tu ci abbia ragionato più di tanto.” Puntualizzò Sofia e il Lupo rise di gusto, come si in fondo non ci fosse anche lui a rischiare la pelle in quella storia.


“Il punto è che non scapperemo. Ci troverebbero subito e poi gli inseguimenti mi rompono le palle anche al cinema”.


“Allora che faremo?” incalzò lei, odiava quando il Lupo faceva il misterioso, ma d’altro canto era anche quello che un tempo l’aveva attratta di più in lui.
Sembrava sempre da un’altra parte anche quando scopavano, mentre lei non riusciva a staccare la mente dal corpo che la teneva stretta.
Tutto sommato non era un gran guadagno, pensò Sofia e per la prima volta desiderò essere lei la più forte, quella che decideva senza degnarsi di mettere al corrente gli altri.


“Mio zio ha una casa a due isolati dalla banca, ci nasconderemo in cantina per qualche giorno, sto già attrezzando tutto. Poi quando le acque si saranno calmate, ce ne andremo una alla volta. Prima uscirà Lorenzo, poi tu e per ultimo io. Dobbiamo essere al di sopra di ogni sospetto, capite? Io ho già preso le ferie da lavoro, Lore a casa non ha nessuno che lo aspetti, quanto a te Sofia regolati con il tuo capo. Digli che il tuo ragazzo ti porta via per una settimana romantica”.


“Lo sa che non ho un fidanzato. Mi inventerò una malattia in famiglia.”


“Ecco brava, raccontagli la cazzata che preferisci. L’importante è che non lo sappia nessuno, meno gente può sputtanarci, meglio è”.


“E i soldi? Come ce li divideremo?” chiese lei e un lampo attraversò gli occhi del Lupo.


“Li divideremo sottoterra. Ognuno andandosene si porterà via la sua parte” replicò e si accese una sigaretta.


Ma a Sofia non era sfuggito quell’accenno di rabbia nel suo viso. Cosa le stava nascondendo Sandro? Qualunque pensiero fosse non poteva lasciar perdere anche quella volta, ormai era troppo grande per farsi abbagliare dal suo fascino.
Forse non aveva il suo stesso charme, ma non era una deficiente. Se il Lupo pensava di poterla fregare, si sbagliava di brutto. Pensò Sofia e un leggero sorriso le si appiccicò alle labbra, così impercettibile che bastò un tiro di sigaretta a soffiarlo via.


E così mentre il Lupo e Lorenzo discutevano i dettagli dell’irruzione nella banca, Sofia sentì un pensiero nuovo nascerle nella testa.


Uno di quei momenti in cui tutti i conti sembrano tornare, in cui le cose non dette e i gesti senza senso trovano la loro spiegazione.
Il Lupo si era scelto due compagni improponibili per quella rapina, due inesperti che pendevano dalle sue labbra. Non poteva essere una scelta casuale.


Voleva fottere tutti e due, dio solo sapeva come. Ma Sofia non avrebbe giocato la sua parte.
Di questo era certa. E in ballo non c’erano solo i soldi e la libertà.
La posta in gioco erano tutti gli anni nell’ombra di qualcun altro, le attese e l’amore, il disinganno e l’amarezza. Il far finta che ciò che lui le dava le fosse sempre bastato.


I conti per una volta sarebbero tornati. Pensò Sofia mentre il piano si faceva strada nella sua mente.


Il finale avrebbe pareggiato tutti i debiti.


lunedì 8 ottobre 2007

DUE ANIME (ATTO 1)



La panchina era fredda e un gelo familiare filtrava lentamente sotto il cappotto, tra le maglie dei pensieri, tingendo i miei occhi di scuro piacere.


Respiravo l’aria densa di gennaio attraverso la sciarpa, liquido gelato tra le labbra, nella trachea, riempivo i miei polmoni dell’ennesima giornata scivolata via senza traccia.


Il treno era in ritardo e tra i miei sogni di tarda serata lampeggiava la consapevolezza del tempo.


Attendevo che qualcosa sbloccasse il flusso da sempre ma come tutti i pensieri evanescenti viveva solo nell’attesa del treno delle sette e mezza.  


Il binario mal illuminato era deserto e io pensavo a fughe improbabili, a porte di servizio inesistenti, quando una mano si posò sulla mia spalla.


Registrai l’avvenimento con un brivido sotterraneo e lentamente voltai il viso.


“Hai per caso una sigaretta?”


Sussurrava lo sconosciuto e tra il cappello calcato bene e il bavero del cappotto i suoi occhi scintillavano di un colore indefinibile.


Annuii e aprii la borsetta, ben attenta ad ogni suo movimento.


Era pur sempre notte ed ero sola, non era la situazione ideale per decifrare i suoi occhi.


Ma erano grigi, come il cielo nei giorni di pioggia. Grigi come il binario morto davanti a me.


“Tieni.” Risposi e gli porsi sigaretta e accendino.


Aveva gesti precisi, il suo corpo occupava l’aria senza sbavature, tagliava netta quella densità fantasma che ci circondava.  


Si sedette vicino a me e mi rese l’accendino, lo chiusi tra le dita e imbarazzata mi accesi a mia volta una sigaretta.


I suoi anelli di fumo erano perfetti, galleggiavano sopra i nostri volti, si incrociavano in disegni surreali per poi svanire all’improvviso.


Lo fissavo spudoratamente e altrettanto spudoratamente ero ricambiata.


Il silenzio si frapponeva tra noi come ghiaccio tagliente, anche se non faceva male.


“Sei stupita, vero?” La sua voce spezzò l’atmosfera ed io ritirai lo sguardo.


Non c’erano parole automatiche per quella domanda, così la girandola di pensieri si fermò e si concentrò su quella strana figura.


“Sinceramente sì, ma tu come puoi saperlo?” Sorrise senza mostrare i denti.


“Prima hai sobbalzato.”


“In effetti sono sempre sola a prendere questo treno, tranne a volte qualche vagabondo che ha sbagliato strada non passa mai nessuno da qui.”


“Deve essere illuminante, no?”Sorrise ma io non capivo.


“Riflettici, è come la vita: un binario solitario, un freddo pungente, nient’altro che i nostri pensieri a tenerci compagnia.”


“Stasera veramente ci sei anche tu in attesa del mio treno, quindi la tua metafora si contraddice da sola.”


“E’ vero” ammise “ma sono qui solo di passaggio.”


Ed aveva in realtà l’aria di uno straniero, capitato lì per caso e destinato a svanire nell’aria, a liquefarsi in quello strano sorriso.


Cominciai a temere di essere incappata in uno squilibrato. Un pazzo intelligente però, e alquanto benvestito.


Forse era solo un maniaco di pensieri, un eremita dell’immaginazione che attaccava bottone per non parlare da solo.


“Scusa l’impertinenza ma perché sei qui?”


La sua risposta diceva tutto e non rivelava niente. “Devo incontrare una persona… una vecchia conoscenza, per il mio lavoro.”


Strano –pensai- non ha con sé neppure una valigia o una borsa. Solo lui, il cappotto scuro e guanti rossi su mani inaspettatamente minute. 


“Il tuo lavoro ti porta a viaggiare molto?”


Annuì. “Sono sempre in giro ma spesso inutilmente… è difficile trovare la persona e il momento giusti.”


Lo guardai stupita, piena di domande. Qualunque attività svolgesse doveva essere fuori dall’ordinario.


“Comunque io mi chiamo Caterina.”


“Michel, tanto piacere di rivederti.”


Ci stringemmo la mano e un calore si irradiò nel mio corpo, lungo la spina dorsale, fino alla testa. Sempre più forte si faceva strada l’idea che in un tempo lontano avessi già incrociato quello strano sconosciuto, ma la memoria non mi era d’aiuto, uno schermo buio si frapponeva tra me e l’archivio dei miei ricordi.


“Ci siamo già visti da qualche parte?”


Sorrise di nuovo e un qualcosa di aguzzo brillò tra le sue labbra. Un altro brivido mi scosse le mani e mi guardai intorno.


Nessuno come al solito e la nebbia si stava infittendo.


“Non rammenti niente?” Scossi la testa e la girandola riprese a guizzare.


Dovevo voltarmi, fuggire lontano, prima che il tempo afferrasse i miei passi, prima che la terra tremasse di nuovo…


Sconcertata dai miei stessi pensieri sbattei le palpebre e mordicchiai la sciarpa.


Leggevo nei suoi occhi la mia sottile paura.


“1984. Chiesa del S.S. Spirito. Ti dice niente?”


“No.” Risposi convinta, nel 1984 avevo solo due anni e poi non ero mai stata molto religiosa.


Il grigio del suo sguardo si incupì.


“Vedo che è stato fatto un ottimo lavoro, hai rimosso alla perfezione.”

mercoledì 3 ottobre 2007

Una ragazza da 10 e lode (ATTO 2)


IL LUPO


Che minchia di armi aveva rimediato Lorenzo, era sempre il solito incapace.
Pensò il Lupo rigirandosi tra le mani una vecchia pistola piena di ruggine e di polvere.
Aveva chiesto una semiautomatica leggera, facilmente trasportabile e quell’impedito gli aveva procurato una pistola risalente alla seconda guerra mondiale.


Come minimo gli sarebbe esplosa tra le mani se ci fosse stato bisogno di sparare.
Ma in fondo se si fosse arrivati a quel punto tanto valeva fare un’uscita di scena definitiva.
Oddio, crepare facendosi esplodere da soli non era proprio una fine eroica, anzi era proprio una morte del cazzo, ma tanto sottoterra non avrebbe più avuto l’occasione di pentirsi delle sue scelte.


Il Lupo sorrise e si tolse i capelli dal viso. Erano neri e lisci come l’olio, quando non li lavava per qualche giorno gli ricadevano sugli occhi e disegnavano quel profilo che tanto aveva contribuito al suo soprannome.


Lui non poteva saperlo ma era proprio il lato che Sofia amava di lui, quella trascuratezza eterna, quel menefreghismo portato alle estreme conseguenze che poi altro non era che una depressione mal abbozzata.


Il Lupo era così, lui se ne sbatteva di ogni cosa, prima di tutto di se stesso, eppure tutti si erano convinti negli anni che fosse un essere estremamente egocentrico.


Anche ora mentre annotava con noncuranza i tempi del suo piano, quel folle progetto di rapina che da mesi gli divorava il cervello, anche allora se qualcuno avesse potuto vederlo l’avrebbe bollato come un uomo sicuro di sé e menefreghista.


Quella che nel Lupo non era patologia lo era diventata negli anni, sotto la costante pressione degli sguardi degli altri.


Quando ti porti dietro due occhi da assassino e una famiglia disastrata è difficile uscire dal ruolo.


Eppure il Lupo era riuscito negli anni a trovarsi un lavoro onesto come metalmeccanico e una parvenza di decenza e adesso, alle soglie dei 35 anni, stava per diventare quello che tutti si erano sempre aspettati da lui: un delinquente.


Quando la vita riusciva a essere così malvagiamente ironica veniva voglia di farsi esplodere davvero una pistola difettosa in mano.
Giusto per andarsene urlando in faccia al mondo: me ne fotto.

lunedì 1 ottobre 2007

Nebbia (ATTO 2)



Ero così alla deriva dalla realtà che non mi resi conto della mano che mi scuoteva la spalla.


“Elisa! Stai bene?” Era Sara e mentre mettevo a fuoco il suo volto le spirali che si era disegnata sulle guance sembravano girare in un tunnel senza fondo.


“Credo di sì.” Balbettai confusa e cercai di riprendermi.


“E’ in trip, sarà tutto quello che si è scolata.” Scherzò Manuel ma era preoccupato anche lui.


“Senti chi parla!” Reagii e una risata nervosa mi uscì dalle labbra. Tutti ne sembrarono rincuorati ma il tono acuto della mia voce suonava innaturale.


Come quella maledetta nebbia, che non la finiva di ossessionarmi la mente. Mi accesi un’altra sigaretta e respirai a fondo. Gli altri continuavano a bere e a scherzare ma un meccanismo in me si era inceppato e niente mi pareva più come prima.


Eravamo in pochi ormai nella piazza, anime smarrite intorno alle briciole di quella serata, circondati da un alone persistente di nebbia che si attaccava ai vestiti, la vedevo lambire il costume di Maria, divorare velocemente lo spazio che ci divideva dallo spiazzo, insinuarsi trai nostri volti.


Sandro mi sorrideva ma era un ghigno innaturale a deturpargli le labbra, strane creature gli circondavano la testa.


Abbassai lo sguardo, incapace di reggere ancora quella vista. Tra le sopracciglia pulsava il maledetto terzo occhio, ansioso di aprirsi. Mi avrebbe trascinata nel mondo delle visioni, di questo ormai ero certa, ma era la prima volta che accadeva spontaneamente, senza meditazione.


C’era qualcosa che solleticava il mio potere, qualcosa di malvagio che voleva impadronirsi di me e scatenarsi ineluttabile. Lo percepivo in ogni poro dell’anima.


Scattai in piedi dolorante e scossi gli altri per le spalle. Mi fissarono stupiti.


“Andiamo via, davvero, c’è qualcosa che non mi piace qui.”


Sara rise. “La tua sbornia al massimo.”


“Non sto scherzando! Non si vede più ad un palmo!” Il mio grido sembrò svegliarli, solo allora si resero conto di quanto si fosse infittita la nebbia.


“Cavolo di questo passo non ritroviamo neppure la macchina!” Esclamò Maria ed una nota di preoccupazione le smorzò la voce.


Si alzarono tutti in piedi e raccolsero le borse. “Andiamo allora prima che la strada sia pericolosa e Elisa scleri del tutto.”


“Ridete, ridete.” Pensai seccata, ma in fondo ero abituata a essere trattata con condiscendenza, almeno si erano risolti ad andare via.


Scendemmo gli scalini e il turbamento che provavo mi attanagliò la mente. Un’ombra mi si parò davanti, una lunga maschera nera mi sbarrò la strada e i suoi occhi gialli mi si piantarono nell’anima. Sbattei le palpebre e la visione sparì, svanì nel mare di nebbia da cui era venuta, ma un risolino impercettibile mi accapponò la pelle.


“Sara!” Urlai e mi girai di scatto. Erano tutti lì, uno dietro l’altro, e mi fissavano sconvolti.


“Elisa calmati!” Intervenne Manuel e il suo sguardo atterrito passava da me alla nebbia, indeciso su cosa lo preoccupasse di più.


“Diamoci la mano, almeno non ci perdiamo.” Ordinai col tono più deciso che avevo e stranamente nessuno si oppose. Ci incamminammo così in quell’oceano di nebbia, una strana processione che tentava di orientarsi in quel niente.


“La macchina è al di là del ponte.” Intervenne Sara. Nessuno aveva voglia di avventurarsi vicino al canale ma se volevamo tornare a casa non c’era alternativa.


“Tranquilli è solo nebbia!” Esclamò Sandro, l’unico tra noi rimasto del tutto imperturbato. “Non ci mangia mica!” Rise e con orrore vidi l’ultimo angolo della piazza con l’insegna della tabaccheria svanire nel nulla.


“Non ne sarei così sicura.” Sussurrai e strinsi la mano di Sara. Non c’era rimasto nessuno e anche se c’era era smarrito come noi in mezzo a quella densità.


Echi di voci lontane, risate stridule mi scuotevano i sensi, ma non era certa se ciò che sentivo fosse reale, poteva essere l’ennesima deviazione della mia sensibilità.


Dietro i tetti delle case ancora visibili si stagliava la cima della Torre Matilde, se volevamo andarcene da quella sorta di incubo era l’unico faro che ci era rimasto.


“Per di qua.” Dissi e li trascinai verso la Torre, cercando di non inciampare nelle lattine e nei bicchieri vuoti di cui mi accorgevo solo quando me li trovavo davanti. 


Il silenzio ci avvolgeva adesso insieme alla nebbia e nella mia mente strane immagini si sommavano una dopo l’altra. Echi di altre epoche mi sfioravano il viso, vedevo la vecchia darsena a cui ci avvicinavamo brulicare di persone, ma i loro volti erano vuoti, vacui come una maschera mal abbozzata.


Arrivammo alla Torre e con un sospiro di sollievo mi girai ma il sorriso mi morì sulle labbra, dietro Manuel al posto di Maria non c’era nessuno, solo il suo guanto era rimasto impigliato nella mano di lui.


“Cristo Manuele dov’è Maria?”


“Non lo so.” Balbettò. “Era qui fino ad un secondo fa!”


“Calma, non può essere lontana.” Intervenne Sandro e iniziò a chiamarla.


“Mary! Non fare scherzi!” Ci unimmo al coro mentre visioni sataniche mi stordivano e la fronte mi pulsava sempre più.


“Sono qui!” Ci sentimmo rispondere all’improvviso, era la voce di Maria e veniva da un punto poco lontano, dove all’incirca doveva esserci il ponte.


“E’ laggiù!” Esclamò Sara e corse verso il punto da cui proveniva il suono. La catena che avevamo formato si spezzò e impotente li vidi svanire nella nebbia.


“Fermi!” urlai. “Aspettatemi!”


Corsi via anch’io, ignorando le mani che mi cingevano le spalle, ignorando il monito che mi pulsava nelle vene. Arrivai al ponte e mi aggrappai alla sponda, scossa da tremiti che non sapevo più arginare.


Era la follia, era arrivata attraverso il mare di nebbia e mi aveva sbucciato il cervello erodendo la razionalità. Sentii aprirsi quel varco in mezzo alla fronte, la realtà cambiava colore e forma, intorno a me mille maschere sogghignavano e mi spingevano più in su, verso la cima del ponte.


Erano tutto chiaro adesso, là c’erano i miei amici e mani visibili a me soltanto li spingevano giù dal ponte, uno dopo l’altro, inesorabilmente.


L’acqua rossa come vino fermentato li inghiottì, sangue denso che riempiva i loro polmoni e li trascinava giù, nell’oblio perpetuo.


Dovevo aiutarli, salvarli da quel delirio ma ero incatenata lì, destinata ad essere spettatrice impotente, colpevole anch’io di quell’inganno fatto di nebbia.


Li vidi annegare così davanti ai miei occhi e quando infine svenni sull’asfalto invocando i loro nomi sentii la nebbia avvolgersi morbida lungo il mio corpo, dentro i miei pensieri.


Questo dissi ai medici sull’ambulanza che mi portò via all’alba, lo raccontai fino all’esaurimento ai parenti di tutti loro e allo psichiatra del tribunale che preferì lavarsene le mani di me e mi bollò con l’infermità mentale.


Questo ancora narro nelle lunghe notti in ospedale a chiunque voglia starmi a sentire, a chiunque non riesca a credere che sia stata io a spingerli di sotto dal ponte uno ad uno, per poi ridere guardandoli affogare.


Ma non c’è più nessuno a cui interessi la mia storia ormai. 


Solo la luna ancora mi dà ascolto nelle lunghe notti come questa, nelle notti di nebbia cannibale.



(THE END)


 

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