Ero così alla deriva dalla realtà che non mi resi conto della mano che mi scuoteva la spalla.
“Elisa! Stai bene?” Era Sara e mentre mettevo a fuoco il suo volto le spirali che si era disegnata sulle guance sembravano girare in un tunnel senza fondo.
“Credo di sì.” Balbettai confusa e cercai di riprendermi.
“E’ in trip, sarà tutto quello che si è scolata.” Scherzò Manuel ma era preoccupato anche lui.
“Senti chi parla!” Reagii e una risata nervosa mi uscì dalle labbra. Tutti ne sembrarono rincuorati ma il tono acuto della mia voce suonava innaturale.
Come quella maledetta nebbia, che non la finiva di ossessionarmi la mente. Mi accesi un’altra sigaretta e respirai a fondo. Gli altri continuavano a bere e a scherzare ma un meccanismo in me si era inceppato e niente mi pareva più come prima.
Eravamo in pochi ormai nella piazza, anime smarrite intorno alle briciole di quella serata, circondati da un alone persistente di nebbia che si attaccava ai vestiti, la vedevo lambire il costume di Maria, divorare velocemente lo spazio che ci divideva dallo spiazzo, insinuarsi trai nostri volti.
Sandro mi sorrideva ma era un ghigno innaturale a deturpargli le labbra, strane creature gli circondavano la testa.
Abbassai lo sguardo, incapace di reggere ancora quella vista. Tra le sopracciglia pulsava il maledetto terzo occhio, ansioso di aprirsi. Mi avrebbe trascinata nel mondo delle visioni, di questo ormai ero certa, ma era la prima volta che accadeva spontaneamente, senza meditazione.
C’era qualcosa che solleticava il mio potere, qualcosa di malvagio che voleva impadronirsi di me e scatenarsi ineluttabile. Lo percepivo in ogni poro dell’anima.
Scattai in piedi dolorante e scossi gli altri per le spalle. Mi fissarono stupiti.
“Andiamo via, davvero, c’è qualcosa che non mi piace qui.”
Sara rise. “La tua sbornia al massimo.”
“Non sto scherzando! Non si vede più ad un palmo!” Il mio grido sembrò svegliarli, solo allora si resero conto di quanto si fosse infittita la nebbia.
“Cavolo di questo passo non ritroviamo neppure la macchina!” Esclamò Maria ed una nota di preoccupazione le smorzò la voce.
Si alzarono tutti in piedi e raccolsero le borse. “Andiamo allora prima che la strada sia pericolosa e Elisa scleri del tutto.”
“Ridete, ridete.” Pensai seccata, ma in fondo ero abituata a essere trattata con condiscendenza, almeno si erano risolti ad andare via.
Scendemmo gli scalini e il turbamento che provavo mi attanagliò la mente. Un’ombra mi si parò davanti, una lunga maschera nera mi sbarrò la strada e i suoi occhi gialli mi si piantarono nell’anima. Sbattei le palpebre e la visione sparì, svanì nel mare di nebbia da cui era venuta, ma un risolino impercettibile mi accapponò la pelle.
“Sara!” Urlai e mi girai di scatto. Erano tutti lì, uno dietro l’altro, e mi fissavano sconvolti.
“Elisa calmati!” Intervenne Manuel e il suo sguardo atterrito passava da me alla nebbia, indeciso su cosa lo preoccupasse di più.
“Diamoci la mano, almeno non ci perdiamo.” Ordinai col tono più deciso che avevo e stranamente nessuno si oppose. Ci incamminammo così in quell’oceano di nebbia, una strana processione che tentava di orientarsi in quel niente.
“La macchina è al di là del ponte.” Intervenne Sara. Nessuno aveva voglia di avventurarsi vicino al canale ma se volevamo tornare a casa non c’era alternativa.
“Tranquilli è solo nebbia!” Esclamò Sandro, l’unico tra noi rimasto del tutto imperturbato. “Non ci mangia mica!” Rise e con orrore vidi l’ultimo angolo della piazza con l’insegna della tabaccheria svanire nel nulla.
“Non ne sarei così sicura.” Sussurrai e strinsi la mano di Sara. Non c’era rimasto nessuno e anche se c’era era smarrito come noi in mezzo a quella densità.
Echi di voci lontane, risate stridule mi scuotevano i sensi, ma non era certa se ciò che sentivo fosse reale, poteva essere l’ennesima deviazione della mia sensibilità.
Dietro i tetti delle case ancora visibili si stagliava la cima della Torre Matilde, se volevamo andarcene da quella sorta di incubo era l’unico faro che ci era rimasto.
“Per di qua.” Dissi e li trascinai verso la Torre, cercando di non inciampare nelle lattine e nei bicchieri vuoti di cui mi accorgevo solo quando me li trovavo davanti.
Il silenzio ci avvolgeva adesso insieme alla nebbia e nella mia mente strane immagini si sommavano una dopo l’altra. Echi di altre epoche mi sfioravano il viso, vedevo la vecchia darsena a cui ci avvicinavamo brulicare di persone, ma i loro volti erano vuoti, vacui come una maschera mal abbozzata.
Arrivammo alla Torre e con un sospiro di sollievo mi girai ma il sorriso mi morì sulle labbra, dietro Manuel al posto di Maria non c’era nessuno, solo il suo guanto era rimasto impigliato nella mano di lui.
“Cristo Manuele dov’è Maria?”
“Non lo so.” Balbettò. “Era qui fino ad un secondo fa!”
“Calma, non può essere lontana.” Intervenne Sandro e iniziò a chiamarla.
“Mary! Non fare scherzi!” Ci unimmo al coro mentre visioni sataniche mi stordivano e la fronte mi pulsava sempre più.
“Sono qui!” Ci sentimmo rispondere all’improvviso, era la voce di Maria e veniva da un punto poco lontano, dove all’incirca doveva esserci il ponte.
“E’ laggiù!” Esclamò Sara e corse verso il punto da cui proveniva il suono. La catena che avevamo formato si spezzò e impotente li vidi svanire nella nebbia.
“Fermi!” urlai. “Aspettatemi!”
Corsi via anch’io, ignorando le mani che mi cingevano le spalle, ignorando il monito che mi pulsava nelle vene. Arrivai al ponte e mi aggrappai alla sponda, scossa da tremiti che non sapevo più arginare.
Era la follia, era arrivata attraverso il mare di nebbia e mi aveva sbucciato il cervello erodendo la razionalità. Sentii aprirsi quel varco in mezzo alla fronte, la realtà cambiava colore e forma, intorno a me mille maschere sogghignavano e mi spingevano più in su, verso la cima del ponte.
Erano tutto chiaro adesso, là c’erano i miei amici e mani visibili a me soltanto li spingevano giù dal ponte, uno dopo l’altro, inesorabilmente.
L’acqua rossa come vino fermentato li inghiottì, sangue denso che riempiva i loro polmoni e li trascinava giù, nell’oblio perpetuo.
Dovevo aiutarli, salvarli da quel delirio ma ero incatenata lì, destinata ad essere spettatrice impotente, colpevole anch’io di quell’inganno fatto di nebbia.
Li vidi annegare così davanti ai miei occhi e quando infine svenni sull’asfalto invocando i loro nomi sentii la nebbia avvolgersi morbida lungo il mio corpo, dentro i miei pensieri.
Questo dissi ai medici sull’ambulanza che mi portò via all’alba, lo raccontai fino all’esaurimento ai parenti di tutti loro e allo psichiatra del tribunale che preferì lavarsene le mani di me e mi bollò con l’infermità mentale.
Questo ancora narro nelle lunghe notti in ospedale a chiunque voglia starmi a sentire, a chiunque non riesca a credere che sia stata io a spingerli di sotto dal ponte uno ad uno, per poi ridere guardandoli affogare.
Ma non c’è più nessuno a cui interessi la mia storia ormai.
Solo la luna ancora mi dà ascolto nelle lunghe notti come questa, nelle notti di nebbia cannibale.
(THE END)