domenica 31 ottobre 2010

la via maestra


E forse la via maestra è arrivata, infine. Senza tanti clamori, senza araldi e rulli di tamburo. Silenziosa, si è infiltrata nei miei giorni e quando mi sono voltata era lì, sotto i piedi: srotolata.
Tra la rabbia incamerata e la mancanza di un senso, tra le delusioni e l'ostinazione d'ogni giorno, tra l'arte della memoria e l'esercizio della vita: quello che ho costruito e quello che sogno, ancora una volta. Qui, in mezzo al disincanto, senza arrendersi, senza smettere di tessere speranze e storie.
Nella via maestra ci si stufa di sentirsi dire che si è fortunati ma poi affiora il sorriso.
Nella via maestra si impara a non salire in cattedra, si lascia il giudizio a chi non ha ancora capito - a chi non capirà mai.
Nella via maestra si calibra forma e sostanza, si lascia uno spazio per respirare e uno per dimenticare, si contano i segni senza rimpianti.
Nella via maestra ci si ricorda solo delle anime belle, le altre diventano invisibili: bolle di sapone che blaterano e impongono, da scoppiare con una risata.
Nella via maestra si è grati di ogni incontro, di chi ci apprezza e punta su di noi, di chi ci regala uno spiraglio di futuro o una birra al bar.
Qui, dove si è felici. Senza dirlo a nessuno.

martedì 26 ottobre 2010

Liberi Libri, Lansdale e De Carlo

Il primo libro che lessi di Joe Lansdale fu una raccolta di racconti "In un tempo freddo e oscuro". Mi colpirono così tanto che alcuni li ricordo vividamente ancora oggi, come "La donna del telefono", incontro perfetto tra un'aspirante suicida e i desideri repressi di un normalissimo 40enne. Incontrare Joe e dirgli che quel racconto mi ha turbato per mesi non ha prezzo, soprattutto perché mi ha confessato che è anche uno dei suoi preferiti e per uno che ha prodotto millemila short stories non è poco.
Joe l'ho intervistato per la quarta puntata di Liberi Libri, che trovate: qui ho scoperto un uomo gentilissimo e molto divertente, con una gioia di vivere che non riesce a trattenere e gli sfugge dagli occhi. E mi piace, ché se avete letto le sue storie sapete che c'è ben poco da ridere, se si esclude un humor nero molto ragionato. Mi piace pensare che uno scrittore possa distaccarsi dalla sua opera, possa essere entrambe le cose senza dover per forza portare addosso una maschera che somigli ai suoi libri o - peggio ancora - essere davvero solo quello che scrive. Io credo che le storie di Lansdale vengono dal retrobottega della sua anima e lì ci dev'essere un grande casino e anche parecchio buio, ci scommetto e magari la scrittura è l'unico modo per tenere aperte le comunicazioni tra i due piani senza implodere in nessuno: una sorta di stabilizzatore per psicopatici. Adoro Lansdale e mi piace pensarlo così.

Oggi facciamo en plein: vi segnalo anche la quinta puntata di Liberi Libri, con intervista ad Andrea De Carlo (qui).




domenica 24 ottobre 2010

orizzonti

It's a funny time to fall in love
(Deus, Magdalena)



E adesso non ho più parole. Per dirti ciò che siamo, quel che sei per me. Per raccontarti che mi hai capovolto l'anima e non ha fatto male e li ripeterei tutti da capo gli errori che mi hanno condotta qui, tra dischi e bottiglie vuote, vicino al tuo cuore. E lasciami essere dolce, io che so anche graffiare, lascia che cacci la stanchezza dai tuoi occhi, lasciami dividere con te il peso, una volta ancora.
Tu che sai vedere oltre i miei sbalzi d'umore, tu che sai che quando piango è me stessa che non sopporto: tu che vorrei proteggere dal mondo, ché non si merita la tua forza e il tuo candore.
Tu che hai sempre visto il buono e mi hai resa migliore amandomi e basta: tu, che non rinfacci e non colpevolizzi, che quando credo tu non abbia capito niente scopro che sei avanti un'era luce e hai già dimenticato, hai già un sorriso in serbo per me.
Tu, che eri da qualche parte e speravi, attendevi, cercavi, sbagliavi: tanto e spesso, proprio come me.
Tu, che sei il cielo e l'orizzonte dei miei giorni, che mi hai inseguita attraverso gli anni e le vite e benedetto l'attimo in cui mi hai afferrata, ché ha dato un senso a tutto il resto.
Ti aspetto qui, anima mia. Nel nostro rifugio, dentro i nostri sogni. Qui: vicino al tuo cuore.

mercoledì 20 ottobre 2010

madeleine

Mamma ha questo dono di illuminarsi tutta quando sorride, non come quei sorrisi falsi che non salgono mai fino agli occhi, no: i suoi arrivano fino alla punta dei capelli castani e la fanno sembrare bella, come una principessa araba, così scura di occhi e con la pelle dorata pure d'inverno. Perché è del Leone e dentro ha un sole che riscalda tutti quelli che le sono vicini e se la fai arrabbiare sono cazzi: una volta prese a schiaffi un tipo che voleva rubarle la borsa al mercato e arrivarono anche i carabinieri.


Avevo 13 anni, una massa informe di capelli ricci e un'orrida frangetta, occhiali con la montatura dorata che avevo subito storto di lato e un corpo in continua trasformazione. Amavo la danza classica, giusto un gradino sotto la lettura. Ero inserita nella mia realtà come non sarei più stata, dopo quegli anni.
Sto riannodando le fila del tempo, in questi giorni. Il mio terzo romanzo si muove in un periodo così lontano che a stento ne riconoscevo i contorni.
Poi ho ascoltato questa e i ricordi mi sono esplosi davanti agli occhi: le mattine d'attesa alla fermata del pulmino, i discorsi con le amiche prima che suonasse la campanella, i pomeriggi ancora infantili, il sole caldo sulle gambe nude, le corse sfrenate in bicicletta lungo i colli e le prime incursioni a Viareggio col vestito buono della domenica.
E quel senso perenne d'imbarazzo e gioia, quell'energia suprema, in fieri, la mente che correva più veloce delle taglie del reggiseno. Infine, la paura. Di quel che ero, di ciò che stavo diventando: la nostalgia già atroce per la vita che mi stavo lasciando indietro, un passo dopo l'altro.
"Quanto è lontano il mare" è molto di più di così ma è anche questo. E mi riempie di dolore e riconoscenza, perché chi mi proteggeva e amava mi ha dato la forza di amare e proteggere a mia volta qualcuno che ne aveva un disperato bisogno.

domenica 17 ottobre 2010

clandestina, l'antologia


Clandestina è un’antologia di racconti a tema. I due curatori, Federico Di Vita ed Enrico Piscitelli, hanno chiesto a un combattivo manipolo di autori di scrivere storie ispirate dai molteplici significati della clandestinità. Clandestino è chi opera, si svolge, diffonde, senza l’approvazione dell’Autorità o contro il divieto di leggi vigenti. Clandestino è chi agisce di nascosto. È l’alieno che è sbarcato sul nostro Mondo e ci spia, e ci trova inviluppati nei nostri desideri di possesso. Clandestino è chi è costretto a occupare una scuola, per viverci, o chi fugge da un minilager per bambini, nell’Italia del presente. Clandestino è un migrante che fugge dal Medio Oriente abbindolato dai lustrini delle Tv commerciali e si trova catapultato nel lacerante squallore di una trasmissione di Enrico Papi, oppure un giovane ridotto allo stato di mitomania dopo anni di “apprendistato” non retribuito in una piccola casa editrice.



Clandestina raccoglie autori dell’underground italiano – provenienti da collettivi e riviste. Per esempio: «inutile», «Colla», «FoLLeLFo», «Ernestvirgola», SIC – e li mette insieme a scrittori esperti, per manifestare tutti insieme un dissenso, per riscoprire un ruolo attivo della scrittura, che deve compiere il proprio dovere civile e si concede il reportage e il suo superamento. Perché sia piena e sentita la coscienza di essere clandestini in questo Paese, in questa epoca.



Con i racconti di Federico Longo, Davide MartiraniFrancesco Sparacino, Sic [la Scrittura industriale collettiva di Gregorio Magini e Vanni Santoni], Ilaria Giannini, Giacomo Buratti, Ernesto Baj, Alessandro Romeo, Marco MontanaroAndrea Buoninfante, Matilde Quarti, Angelo Calvisi.



 



[Clandestina è un'antologia come se ne leggono poche. Contiene il mio racconto "Bianca" e fino al 17 novembre si può acquistare in anteprima sul sito di Effequ: qui
Venerdì 5 novembre presenteremo Clandestina alla Libreria La Cité a Firenze, alle ore 19.]



Ne approfitto per dirvi che la terza puntata di Liberi Libri con l'intervista a Domenico Guarino è online: qui

venerdì 15 ottobre 2010

fuori luogo

Sarà che quando sono iniziati andavo ancora alle elementari e quando sono finiti ero alle soglie dei 18. Sarà che vivevo più che altro dentro la mia testa e quel che c'era fuori non mi piaceva tanto. Sarà che mi sentivo sospesa in un limbo, in attesa di inziare a esistere davvero, altrove. Non so perché, ma io gli anni 90 mica me li ricordo bene.
Così, per riavvolgere il nastro, ho messo su loro, che erano praticamente l'unico gruppo che ascoltavo all'epoca, fino alla nausea.
E mi è tornato in mente un universo, di colpo. Che ci crediate o no, mi interessavo di politica all'epoca. Ci sono cresciuta a pane e politica, col nonno sindacalista e una madre attivista gli argomenti di conversazione più gettonati sono facili da indovinare e la tradizione di famiglia mi andava a genio. Facevo pure volontariato: io, che adesso lo considero uno dei mali del nostro tempo.
La Versilia degli anni 90 era un posto strano. Almeno, dalle mie parti. Un entroterra dove saltare la messa la domenica era ancora una specie di tabù e a venti minuti di bus la costa, dove girava di tutto e dovevi proprio essere una svampita come me per non rendertene conto. L'estate durava sei mesi e il carnevale trenta giorni: la gente sembrava non chiedere altro, pareva felice così, lì e basta.
E io che mi sentivo aliena ovunque, in entrambi i mondi, sempre sbagliata. Insofferente nell'uno, bacchettona nell'altro: fuori posto.
Leggere mi rendeva libera e mi placava i nervi. Scrivendo invece mi regalavo l'illusione d'essere speciale, di dare un senso a quell'incompatibilità con i tempi e il luogo in cui vivevo.
Tutto sommato, non credo di essere stata felice.

[post ispirato dalla lettura di questo]

giovedì 7 ottobre 2010

Liberi Libri: 2° puntata

La seconda puntata di Liberi Libri, con intervista a George Saunders (lo scrittore più divertente che abbia mai conosciuto) consigli di lettura per chi ama i racconti (o per chi dovrebbe iniziare a leggerli, a principiare da "Nove storie" di Salinger) e un'incursione nel bookcrossing è online: qui

Per la serie, non c'entra niente ma mi va di rendervi partecipi :D
La premiata ditta ha colpito ancora: il reportage da Patmos, l'isola del mio cuore, scritto da me con le fotografie del mio compagno ha vinto il concorso di Corriere.it. Lo potete leggere: qui

mercoledì 6 ottobre 2010

assenze

L'ultima volta che sono andata a casa ci sono passata, sopra il tuo vecchio uliveto. Aveva piovuto da poco e l'aria era elettrica, sul fondo del cielo gravava uno sciame di nuvole e il mare non  brillava ma il verde, avresti dovuto vederlo, era un verde senza fine, i tuoi olivi gonfi d'acqua luccicavano: ho aperto il finestrino e il profumo è salito, nonostante il traffico, le macchine e il cemento. Inesorabile.
Hanno provato in due a buttarsi di lì, qualche settimana fa. Uno ci è riuscito, mi sembra di ricordare: ha volato per quei venti metri da solo, in silenzio. Ci ho pensato a lungo, mentre l'odore d'erba bagnata continuava a stordirmi: ho pensato a come si può decidere di morire in tutto quel rifluire di vita, ho pensato al sudore che hai lasciato su quei colli e alle tue mani, forti e signorili, ancora belle dopo settant'anni di lavoro. Ho guardato le mie, che sono grandi per una donna eppure buone da nulla, e mi sono chiesta se davvero ho ereditato qualcosa da tutti voi, oltre all'ostinazione e alla passione per il vino, anche quando è robaccia da due lire.

In questo anno ho preso a parlare con te e forse non è sano ma è l'unico modo che conosco, per cui tanto meglio per te se davvero puoi sentirmi. Tanto, quello che mi diresti lo so ogni volta, mi spingeresti a fare la cosa più giusta, anche se è difficile e io mica ci riesco sempre, nonno, e anche se sembro spavalda quella bimba che piangeva tra i filari, abbracciata al cane, non se n'è mai andata.
Li avevo già allora, i sensi di colpa, ché mi sembrava non bastasse mai quel che ero, ché già mi sentivo fuori posto e nessuno avrebbe potuto dirmi il motivo, nemmeno tu. Col passare del tempo non migliorano, sai.
Io non c'ero quando ti si è fermato il respiro e non c'ero stata un granché negli ultimi otto anni e per i prossimi otto temo che ci sarò anche meno. Non c'è cura, per questo: la mia assenza giustificata non è giustificabile.
Scrivendo cerco di fare ammenda ma è un debito che non può essere sanato, ci vorrebbe di sedersi al tavolino la sera, insieme a loro, ci vorrebbero uscite dal dottore e al supermercato, ci vorrebbe un figlio che riportasse un sorriso, che riaccendesse il futuro. Ci vorrebbe quello che non sono per rendervi tutto quello che mi avete dato: è stato tanto, è stato troppo, un carico d'amore capace di schiacciare un cuore, un bagaglio d'esperienze in grado di rivoltare il cielo.
Vorrei prometterti che troverò il modo di rendervelo tutto indietro, che mi prenderò un giorno una di quelle responsabilità da cui sono sempre fuggita, che li renderò felici una volta ancora, che compirò una delle mie imprese impossibili, che non mi arrenderò. Ma non mi piace fare promesse e allora ti saluto, anche stasera, con uno di quegli abbracci che sai e ti stringo forte.
Mi manchi.
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